Sempre di più

Vorrei imparare ad aumentare vorticosamente le sensazioni e poterle poi controllare per non vivere in un sogno: potrei svegliarmi.

Dovrei smettere di pensare, o meglio, dovrei smettere di comunicare ciò che penso, così com’è, in versione grezza e originale, perchè poi ognuno possa applicarci i filtri che vuole.

Vorrei poter applicare a ciò che scrivo un filtro indelebile, che faccia abbandonare ad ognuno qualsiasi tentativo d’interpretazione, che non possa rovinarne la forma e che sia evidente  il colore del mio pensiero.

Il mio scrivere è un flusso continuo, potrebbe essere un viaggio astrale.

Ma sono io a non essere puro: sono io a non riuscire a scrivere qualcosa senza farlo rivoltare contro me. E invece mi aspetto sempre qualcosa, dalla realtà, mi aspetto sempre quella soddisfazione che non arriva e mi sono veramente stancato di dover tirare fuori la scusa che “prima o poi arriverà”.

Allora la scusa la lascio da parte, non mi arrendo, sono stanco ma non mi arrendo; faccio sempre di più: più allenato e pronto in ogni momento, anche se non arriva.

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Voglio vivere nel mio mondo

Voglio vivere nel mio mondo di carta, guardando e annotando tutto ciò che mi scuote.

La modalità di vivere la vita “let it happen first” ha delle difficoltà enormi per chi, come me, ha spesso cercato di costruire la giornata, le giornate, a partire da un concetto.

Il concetto era: costruire la mia giornata vivendo in modo più armonioso e sinergico con la realtà circostante.

Ma mi sono accorto abbastanza velocemente (tipo in 10 anni) che pochissimi intorno a me hanno chiaro il concetto di SINERGIA.

E allora mi sono arreso alla straordinaria varietà della realtà, all’incapacità di tutti, come me, di vivere sinergici.

“Let it happen first” è un metodo vertiginoso; “lascia che la realtà accada prima”, è trovare un senso alla realtà. Perchè, quando ho le domande forti sulla vita, quando ho bisogno di chiarezza, ho bisogno del senso: non faccio come fanno tutti quelli che, di fronte alle cose, fanno la differenziata dei sentimenti:

“Non lo sento quindi non esiste”

Se si esclude dalla realtà il suo senso, come si fa a vivere?

 

Della mia Fatica e della mia corsa

Mi perdonerete soltanto alla fine di questo lungo cammino:

cammino che, se intrapreso, servirà molto, a voi e a me.

L’amicizia, l’unione e la compagnia sono atti di fiducia a priori.

Se tutti dovessero fare a tutti il test della coerenza prima di frequentarsi  (test profondo e accurato come quello che spesso vorrei fare io in preda ai miei demoni prima di frequentare qualcun’altro) non ci sarebbe alcun amico, non ci sarebbe alcuna compagnia.

Penso spesso alla mia solitudine, alla sua causa e molto spesso arrivo a darmene la piena colpa proprio perchè do ascolto ai miei demoni, a quella parte di me che tenta di predominarmi. Quella vocina nel cervello che assomiglia moltissimo alla mia voce, ha lo stesso timbro e cadenza e, se sono stanco, posso confondere come mia COSCIENZA; quella vocina demoniaca che mi fa ricordare soltanto le cose negative, il dolore e quanto questo sia TERRIBILMENTE ingiusto nei miei confronti; è ingiusto che io non abbia ciò che voglio. E questo sentimento sorpassa tutti gli altri e interagisce direttamente anche con le mie azioni e i miei comportamenti, diminuendone la portata, la forza e la reale finale efficacia.

Ed è enormemente sbagliato, umanamente parlando e me ne sto rendendo conto anche con la CORSA: non solo con la corsa, sia chiaro, ma visto che in questo periodo faccio fatica con la corsa, m’impegno nella corsa, posso usarla come esempio.

Non è che finire l’università e il master, vivere da solo, sopravvivere al contatto con gli altri, oltrepassare le delusioni, convivere col dolore della perdita prematura  di mio papà, sono cose che non mi hanno educato alla FATICA, anzi!

La fatica ha EDUCATO me.

E qualsiasi cosa che la mia vocina demoniaca dell’ingiustizia dice, quando vado a correre, me la dimentico. Perchè l’ingiustizia, l’incoerenza, la solitudine, la differenza di potenziale tra chi ha quello che voglio e me che non HO, vengono spazzate via dalla fatica e dall’impegno nelle cose vere della vita:

Nel mettere un piede davanti all’altro, nell’aiutare chi è in difficoltà, nel non girarmi verso la negatività e il male che mi circonda, verso l’odio profondo razziale di chi compie stragi nel nome della vocina demoniaca. Dio non c’entra qui, Lui ci ha dato la possibilità di scegliere in che cosa far fatica.

La FATICA è fondamentale. Altrimenti il nostro cuore non potrebbe aumentare o diminuire i suoi battiti nell’arco della giornata, non potrebbe allenarsi e crescere per dare spazio a tante cose belle e positive. Non potrebbe sostenerci nella lunghezza delle nostre falcate e dei nostri “lunghi” della vita.

Perchè avere una famiglia, vivere con altri, è un lunghissimo allenamento: per capire se si è in grado di percorrere così tanta strada, a che velocità e quante soddisfazioni possa alla fine dare un insieme di persone, bisogna allenarsi ed aumentare la portata del cuore, capire le sue reazioni, utilizzarlo al meglio nella fatica, senza far pesare l’ingiustizia, ma utilizzandolo come un dono:

La capacità del mio cuore di far fatica è uno dei doni più preziosi che io abbia mai ricevuto ed ora, anche grazie alla corsa, me ne rendo conto ogni giorno.

E quindi grazie, e perdonatemi.

 

 

 

 

La mia caratteristica reattiva

Penso di aver capito qual è la mia migliore caratteristica o, per dirla in inglese, my best skill. Ed è un concetto e non un solo aggettivo.

Non sono bello, bravo, bis, ancora, standing ovation e via dicendo; non è una caratteristica statica ma dinamica.

Ogni volta che una persona (alla quale tengo particolarmente) se ne va (volontariamente o no) dal “luogo” in cui sono io, o se ne va da me, io cerco subito di migliorare quel “luogo”-“me”. E traggo la forza per ricostruirmi dalla tristezza o dalla delusione.

Ho cercato spesso di vivere per un bene (consciamente od inconsciamente); ma a volte il bene che io intendevo, non era forse un bene per la persona che avevo accanto.

Ma forse è proprio perché ho sempre agito “in buona fede”, che sono sempre riuscito a ripartire, per migliorare, gradino dopo gradino, la mia posizione.

E’ una caratteristica reattiva, reagisco agli stimoli del mondo esterno, come fa ogni cellula del mio corpo e come fa ogni cellula di un essere vivente. Reagisco all’ambiente circostante.

Vivo il dramma della cellula totipotente, che potrebbe essere tutto ed invece niente:

la cellula indifferenziata è ferma lì in attesa di uno stimolo: a seconda dello stimolo che riceve, diventa altro da sè, si attiva e può partecipare attivamente alle necessità della realtà che chiede aiuto.

Potrei nascondermi dagli stimoli, cercando di conservare il mio DNA all’interno del mio nucleo, senza che nessun RNA invadente me lo legga e me lo rovini. Ma le interazioni tra le cellule è ciò che permette la vita, così come le interazioni tra le persone colorano la vita.

E Piuttosto che non vederla fiorire e scorrere intorno a me, voglio sacrificare il mio DNA fino all’ultimo nucleotide

 

 

Una forma di costanza vs l’uomo al contrario

Se dovessi, oggi, valutare le mie fondamenta, per capire se posso ampliare, ristrutturare o condonare parti di me, mi dovrei soffermare sulle forme di costanza che ho mantenuto nel tempo: sulle costituzioni basilari della mia certezza e sulle strutture deboli sopra le quali non posso costruire niente, ancora, “per adesso niente”, di me.

E’ semplice, non vedo i risultati della corsa dopo 10 km. Li vedo dopo mesi di costante allenamento, perchè, per poter maneggiare una cosa, mi sono accorto che ho bisogno di viverla costantemente.

Se mi dovessi fermare dopo i primi 10 chilometri, lamentandomi di non veder risultati, sarei un uomo al contrario. E fidati, lo sono stato moltissime volte.

“Uomo al contrario” è quella parte di me che si lamenta la mattina quando si alza perchè ha già sentenziato l’andamento emotivo della giornata.

“Uomo al contrario” è quella parte di me che non affronta le situazioni perchè pensa che non portino a niente, soltanto perchè, in precedenza, il dolore della fine ha compensato la felicità dell’inizio.

“Uomo al contrario” è quella parte di me che nega la fatica, l’impegno, perchè ritiene che queste siano da dedicare solo in particolari casi (sempre meno) e non in ogni momento, tra un’inspirazione ed una espirazione.

Un uomo impostato al contrario, a lungo andare, non si accorge che c’è qualcos’altro da sè: è sottosopra, è mentalmente predisposto alla lamentela, al blocco delle azioni, alle malattie che la sedentarietà mentale e fisica possono portare.

Mentre è come se esistesse una forza all’interno della fatica e dell’impegno che riesce ad invertire il trend dell'”uomo al contrario” e lo può riportare alla sua forma “uomo dritto”: in questa forma, il mio io si sente più realizzato, giorno per giorno, di fatica in fatica, d’impegno in impegno.

Valutando perciò le mie fondamenta solide e quelle meno solide, ho scoperto che, se scelgo d’invertire la mia predisposizione “al contrario” scegliendo di muovermi nella fatica e nell’impegno, costruisco basi solide sulle quali crescere: sia in orizzontale che in verticale, la vita come moto a luogo.

 

Quando non capisco

La grande immaginazione, perversa nelle forme, altera il mio percorso, coinvolgendo spesso sensazioni e sentimenti fuori luogo: non soltanto l’immaginazione mia sugli altri, ma l’immaginazione di altri nei confronti della mia, IMMAGINE.

Ma io sono un’immagine?

Sorrido pensando allo slogan “noi siamo quello che mangiamo” all’inizio, poi ne capisco il senso e sorrido di meno: siamo quello che decidiamo di mangiare, siamo quello che decidiamo di frequentare.

Ma siamo così bisognosi di essere altro da noi? Di trovare la definizione?

Sinceramente io non so come funziono, in toto, ma non credo più che sia così importante CAPIRE. Perchè avere intelligenza del meccanismo “uomo” non mi ha dato le chiavi della felicità. E mi sono laureato studiando il meccanismo “uomo”.

Ma è quello che l’uomo riesce a fare con il proprio meccanismo, che risalta all’occhio: un essere umano può studiare a fondo la musica, ma non essere in grado di trasmettere un’emozione utilizzando la musica che ha appreso. Una persona può studiare a fondo l’automobile, ma questo non potrà mai sostituirsi alla pratica della strada.

 

 

Una particolare ispirazione

E’ qualcosa che cova dentro, un’incubazione della bellezza. L’apertura alla bellezza non concede subito i suoi frutti. C’è bisogno di un lavoro e di una crescita. Molto spesso questa crescita è inconscia, dietro le quinte, non me ne accorgo. E’ qualcosa che nasce e che cresce: l’ispirazione non rispetta la legge dell’azione e reazione.

Si sedimenta dentro, cresce lentamente, perché germoglia nello stesso terreno arido in cui coltivo anche ansia, stress, non curanza, silenzio e solitudine.

Purtroppo, il volere tutto subito, mi crea delle barriere mentali; non avendo istantaneamente la soddisfazione, cado inesorabilmente.

Devo imparare a pazientare, ad aprirmi al bello e al vero ed aspettare i tempi della maturazione dell’ispirazione. Devo riuscire a scollegare l’immediatezza della soddisfazione di un desiderio dalla “riuscita” della mia persona.

Perché, come oggi, l’ispirazione esce senza un motivo plausibile per la mia mente.

E sto parlando di quella ispirazione che riesce ad allineare le mie percezioni, riesce a polarizzare le mie sensazioni.

Quella stessa ispirazione che mi fa scrittura, che mi fa musica, che mi fa.

 

 

E’ un’altra cosa

Ci si avvicina lentamente la prima volta, perchè ignari di cos’è:

il primo impatto con “lei” è vibrante. La seconda volta, la terza volta e oltre

si percepisce la stessa voglia di muoversi, come la prima, perchè è novità.

Ma è un’altra cosa.

La prima volta dell’abbandono è malattia, è divano, è ovatta nelle orecchie.

Dopo esser guarito mentalmente, mi guardo e vedo che la sofferenza che

rimane è quella fisica, del contatto, dell’impatto. E’ sempre novità.

Ma è un’altra cosa.

Quando sono io che abbandono non è la stessa cosa, possiamo anche

divertire molto le nostre giornate, raccontarci ovunque, essere d’attenzione.

Ma se mi sento soffocare, cerco di respirare. E’ una novità, nè fisica nè mentale.

Ma è un’altra cosa.

La costruzione di un mondo confortevole, un posto nostro da condividere,

che tanti giorni passati felici hanno disegnato in pochi metri quadri, è stato

sicuramente il crollo più grande all’interno di una grande novità.

Ma è un’altra cosa.

Ti vedo, ti scelgo, ti contatto, ti invito, ti bacio volontariamente,

giusto per stemperare la tensione, ti spiego, mi segui. Ecco che mi stavi a sentire

soltanto per poter star con me. E quando ho stretto, mi hai lasciato con una nuova novità.

Ma è un’altra cosa che mi spinge a ricercare, perchè l’essere tristi, con una mancanza, con un desiderio, con una bellezza che non si può toccare, è condizione unica.

Non è una questione soltanto mentale, perchè il fisico parla e chiede.

Non è una questione fisica, perchè si può anche farne a meno.

Non è una questione di convinzione, perchè la convinzione che porta il mio pensiero è limitata e circoscritta al mio pensiero.

Non è una questione sentimentale, perchè il sentimento senza alimento si esaurisce.

E’ un’altra cosa.

Quella leggera

Riguardo molto volentieri indietro, dallo spioncino della porta e trovo l’inizio di parti di me che ora compongono la mia totalità. Nel riprendere alcune attività precedentemente abbandonate, riconosco sempre di più la passione che mi ha mosso nell’impararle e affrontarle: quella stessa passione che è stata il motore di tutta la mia espressività, nella musica, nello scrivere, nel fare quello che mi piaceva (di quello che facevano gli altri). Quindi voglio autoproclamarmi quello che dicono gli altri di me, non sono un musicista, non sono uno scrittore, non sono un artista. Invece, suonare la mia musica o scrivere le mie parole mi provoca una sensazione molto vicina a quella dell’orgasmo.

 

 

In quanti modi chiamo la solitudine?

Arriva quasi sempre verso sera, con l’ultimo treno dei sentimenti, quella rumorosa sensazione di mancanza inquieta. Arretro per un attimo, mi guardo e penso ad un modo per rimanere in piedi.

Il nome che ho dato più spesso alla mia solitudine è stato il tuo, compagna della mia vita, scelta di condivisione. Quando c’eri, riuscivo a non sentirla per giorni. Amavo come mi facevi sentire e forse per questo che non cercavo un nome all’inquietudine e seppellivo l’insoddisfazione.

La solitudine l’ho chiamata amore, arte, musica, sport, lavoro, letteratura, scrittura, fotografia, impegno, dialogo, dialettica, filosofia, disegno, giocoleria, amicizia, antropologia, viaggi, ricerca, carità, brivido, oltre i limiti, scalate, discese (e potrei continuare)

come se potessi attenuare la sua (della solitudine) inquietudine, dandole un nome preciso.

La solitudine dovrebbe servire soltanto a non farci più stare soli, perchè è uno stimolo a ricercare il nome da darle, per poterla mandare via, per poter completare noi, che siamo parziali, ma tendiamo alla completezza.